Consumi: meno verdure in busta, più prodotti sugar free

I consumi post covid confermano alcune tendenze di consumo di generi alimentari che si erano evidenziate durante il lockdown. Calano ancora le vendite delle verdure pronte in busta, un trend negativo iniziato durante il lockdown che non accenna a riprendersi. Il 30% delle famiglie ha infatti ridotto i consumi di quarta gamma anche dopo la fase acuta della pandemia e oltre il 10% di coloro che compravano insalate in busta ha abbandonato il prodotto. Lo fa sapere Confagricoltura che chiede di intervenire con urgenza per un comparto che vale oltre 1 miliardo, un’altra vittima della pandemia. 

Confagricoltura ricorda che il calo di vendite di insalate in busta e, in generale di ortaggi di quarta gamma, è iniziato con il lockdown, quando i consumatori, programmando la spesa per più giorni, avevano orientato i loro acquisti verso prodotti più conservabili. Con la chiusura dei pubblici esercizi è poi venuta meno anche la domanda del segmento Ho.Re.Ca. Dopo la Fase Due, però, le vendite sono rimaste inferiori del 20% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ancora condizionate dalla debolezza della domanda del canale della ristorazione. “E’ una situazione preoccupante – dichiara il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti – dove occorre intervenire per ristabilire la redditività e la fiducia del comparto sul quale chiediamo di valutare in maniera concertata gli interventi più idonei, come già previsto per altri settori”.

Per contro aumentano i consumi di prodotti sugar free. A conferma un’analisi  dell’Osservatorio Immagino di Gs1 Italy, realizzata in collaborazione con Nielsen e che incrocia le informazioni evidenziate su etichette e sell-out di 112 mila prodotti di largo consumo venduti nei supermercati e negli ipermercati italiani. L’analisi, relativa al mondo dei prodotti alimentari “free from”, registra che i prodotti che hanno in etichetta un’indicazione relativa all’assenza di un ingrediente-componente (18,3% del totale food rilevato), sono 13.153 e realizzano un fatturato di 6,8 miliardi di euro. Tra i claim emergenti, rilevati per la prima volta dall’Osservatorio Immagino, si segnalano invece “senza antibiotici” (+62,0%), “non fritto” (+6,1%) e “senza lievito” (+1,9%), “che hanno – spiega una nota – tassi di crescita interessanti ma che hanno una presenza a scaffale ancora limitata (0,1-0,4% della numerica)”. Confermato, nel mondo del “free from”, il buon andamento dei claim relativi all’assenza di componenti nutritivi responsabili di allergie o intolleranze alimentari: sugli scaffali di supermercati e ipermercati italiani l’Osservatorio Immagino ha trovato 9.431 prodotti che si presentano come “senza glutine” o “senza lattosio”, pari al 13,1% dell’offerta alimentare complessiva. Nel 2019 il paniere degli alimenti per intolleranti e allergici ha generato 3,7 miliardi di euro di vendite, ovvero il 14,5% del giro d’affari totale del paniere food dell’Osservatorio Immagino (esclusi acqua e alcolici). 


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