Cursano (FIPE): così muoiono bar e ristoranti

Non si blocca il virus fermando i ristoranti. Aldo Cursano, vicepresidente vicario di Fipe-Confcommercio lo ripete come un mantra mentre, intervistato dall’agenzia AGI, spiega come lo stop alle 18 per le consumazioni in bar e ristoranti decretato dal nuovo Dpcm per cercare di contenere la nuova ondata di contagi sia “il colpo decisivo a un settore che così morirà”.
Un settore, peraltro, tiene a precisare Cursano, “che ha colto da subito l’importanza della sicurezza della salute, nostra e dei nostri clienti”. E osserva: “Si continua a scaricare la responsabilità sulle nostre imprese per coprire le proprie responsabilità e questo non è più accettabile. Ci sono stati imposti dei protocolli di sicurezza ristrettissimi e nonostante la grande difficoltà noi ci siamo indebitati per rimettere al centro la sicurezza nei nostri luoghi: distanziamenti, barriere, processi lavorativi, formazione del personale. Noi abbiamo colto da sempre l’importanza della sicurezza della salute – ribadisce – lo abbiamo fatto in tutta la nostra rete, lo ha fatto il settore del privato nel suo complesso. E poi arrivano decreti come questo, che servono a coprire chi in questi otto mesi avrebbe dovuto salvaguardare e mettere in sicurezza il Paese e invece non lo ha fatto”. 

Incalza: “Noi abbiamo perso già 50.000 imprese per effetto di questa crisi. Abbiamo già a rischio 350.000 posti di lavoro. Abbiamo chiesto una mano e riceviamo uno schiaffo. Ecco perché – spiega – siamo profondamente amareggiati. Perché noi riteniamo di essere una risorsa per il Paese: siamo luoghi sicuri e possiamo rispondere in sicurezza alla domanda di socialità, senza abbassare la guardia e con tutta quella responsabilità che compete a noi tutti in questo momento di grande emergenza”.

Cursano parla anche di morte annunciata” perché, spiega, “noi è da questa estate che cerchiamo di allertare sul trasporto pubblico, sulla necessità di diversificare l’entrata e le uscite dalle scuole e dai luoghi di lavoro. Ma nessuno ci ha ascoltato”. 

“Dal 18 maggio fino a metà settembre – è il ragionamento – il virus era assolutamente contenuto ai minimi, con bar e ristoranti che erano aperti e ciò nonostante il virus colpiva di meno. Poi con il ritorno alla vita, con l’apertura delle scuole e la ripresa della mobilità il virus ha iniziato a espandersi. Ma i ristoranti c’erano, ci sono e ci sono sempre stati con il loro attenzionamento – insiste – e lo dico senza voler entrare nel merito della mala-movida che si svolge al di fuori delle nostre attività. Perché all’interno dei locali i processi e i protocolli sono rispettati.

Ecco perché ci dispiace e siamo tanto amareggiati – dice ancora – perché al posto di combattere il virus è come se si stia combattendo contro il nostro comparto, contro i nostri luoghi della socialità. Per questo, ripeto, ci sentiamo in qualche modo feriti e giudicati, perché c’è qualcuno che sta considerando le nostre imprese superflue e le sta lasciando pian piano morire”.    

Al di là della cornetta si sentono delle campane di sottofondo: “Mentre parliamo sono al lavoro, in una piazzetta – racconta Aldo Cursano – in un de-hor da circa 100 posti fra dentro e fuori, che al momento accoglie due sole persone con due caffè consumati. Non assisteremo da testimoni impotenti – avverte – mentre le nostre aziende le nostre vite e le nostre storie sono destinate al fallimento”.

Le nuove misure restrittive decretate dal Dpcm che resterà in vigore almeno fino al 24 novembre costeranno alle imprese della ristorazione “almeno 2,7 miliardi di euro al mese” che si aggiungono “ai 30 miliardi già persi fino a questo momento”. A fare i conti è sempre Cursano, che parla di “colpo di grazia” a un settore già “profondamente colpito” dalla crisi innescata dalla pandemia di Covid. “Se consideriamo che il nostro è un comparto da 90 miliardi l’anno, si comprende l’impatto devastante che il decreto avrà sull’occupazione nel nostro settore, sulle famiglie, sui giovani”. 

“La pandemia sanitaria è diventata sociale ed economica – è la riflessione dell’imprenditore – i sacrifici si fanno e devono essere fatti. Ma non si capisce perché a pagare siamo sempre noi, mentre la grande distribuzione e i supermercati, per fare un esempio, possono operare e noi dobbiamo essere considerarti untori. Non è accettabile. Anche perché la sicurezza nei nostri locali l’abbiamo sempre garantita”. 

 “Ci condannano a morte e ci prospettano un bicchiere d’acqua forse quando sarà possibile – incalza Cursano – mentre ciascuno di noi rischia di buttare all’aria un progetto di vita. Se noi non lavoriamo non riusciamo a portare il pane a casa. Il nostro è un appello drammatico alle istituzioni – prosegue – affinché si ricordino che noi sono otto mesi che abbiamo perdite del 60-70 per cento. E si parla di dare qualche ristoro solo da oggi. Ci siamo indebitati e ulteriormente esposti”.

“Si deve fare come si fa negli altri Paesi: si prende il periodo, si vede il fatturato del periodo di quest’anno e si ristora rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, non si fa mese su mese. Se un’azienda guadagnava 400 e quest’anno ha fatto 80, ha una perdita di 320.000 ed è su quello che si ristora e si dà una certezza minima. Non si può salvare il pubblico e far morire il privato – conclude – si tratta adesso di restituire un po’ di ciò che abbiamo dato per poter sopravvivere oggi e poter vivere domani. E se questo non viene fatto con tempestività non ce la faremo”. 


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