Scordamaglia: ok i dati dell’export ma difendiamo il Made in Italy

“I numeri dell’export agroalimentare ci rendono orgogliosi – +1,8% lo scorso anno quando il resto dei comparti subiva un crollo a 2 cifre, +11% nel primo semestre di quest’anno – ma non è il momento di abbassare la guardia” così dal Made In Italy Summit, Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia. “Dobbiamo continuare a lottare contro la diffusione dell’Italian sounding, oggi in America il falso Made in Italy vende 5 volte di più rispetto a quello vero – ha aggiunto – bisogna cambiare il modo che abbiamo di raccontarci, la bandiera tricolore accanto al brand non basta più, per valorizzare le nostre eccellenze dobbiamo valorizzare l’intera filiera, i territori, i nostri metodi di produzione unici e sostenibili”.

Ma la difesa del Made in Italy si gioca anche sui tavoli internazionali “Non si smetta di presidiare ogni accordo bilaterale che deve prevedere sempre la tutela delle denominazioni anche generiche, la commissione dà un pessimo messaggio all’estero e fa un enorme autogol se apre ad un prodotto seppur così diverso dal nostro prosecco come il prosek”. 

E la filiera è al centro dello sviluppo secondo Scordamaglia “Non possiamo essere soddisfatti del fatto che il 90% dei, speriamo presto, 50 miliardi di export siano fatti da un 5% delle imprese” Bene in questo senso per Filiera Italia le misure di tutoraggio all’export per le imprese più piccole e il coinvolgimento delle aziende agroalimentari del Sud. “Queste ultime – ricorda Scordamaglia – infatti rappresentano nella quota di export il 20%, un valore inferiore alla loro incidenza sul valore aggiunto prodotto a livello nazionale”.  

E infine un passaggio sulla sostenibilità che “diventa un’opportunità quando è competitiva” ha detto Scordamaglia che poi ha proseguito “Siamo già secondi al mondo per robot utilizzati nel settore alimentare e stiamo  diventando modello globale anche per il precision farming, ma ciò non deve rimanere appannaggio di pochi, ma modello diffuso anche ai più piccoli”  E ha concluso il consigliere: “A questo deve servire il PNRR, che forse bisognerebbe chiamare come hanno fatto altri Paesi UE PNRT per mettere al centro non solo la Resilienza ma anche e soprattutto la Trasformazione che questi fondi dovranno assicurare”

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