Nel 2025 l’industria alimentare italiana ha confermato la propria capacità di tenuta, registrando un incremento dei ricavi del 3,3%, sebbene inferiore alle aspettative. La crescita del fatturato, tuttavia, si è accompagnata a un significativo calo della redditività, segnalando una fase in cui le imprese hanno privilegiato la difesa dei volumi di vendita e delle quote di mercato rispetto alla tutela dei margini.

Il Return on Sales (ROS), l’indicatore che misura il margine operativo generato dalle vendite, è sceso dal 6,6% al 4,6%, mentre il Return on Invested Capital (ROIC), che valuta la capacità di generare profitti in rapporto ai capitali investiti, si è ridotto dall’8,9% al 5,2%. È quanto emerge dalla dodicesima edizione del Food Industry Monitor, l’osservatorio sull’industria alimentare italiana realizzato dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo in collaborazione con Ceresio Investors.

Secondo il report, l’andamento dei ricavi riflette «una solida capacità di resilienza in un contesto macroeconomico complesso», ma è la redditività a destare le maggiori preoccupazioni. «La contrazione della redditività è riconducibile alle tensioni sui prezzi e sui costi – spiega Carmine Garzia, professore di Management e responsabile scientifico del Food Industry Monitor –. Molte imprese, per difendere i volumi venduti, hanno adottato politiche promozionali, rinunciando a una parte dei margini. A ciò si aggiunge il significativo aumento del costo di alcune materie prime, che non sempre è stato possibile trasferire integralmente sul consumatore finale».

Anche il motore dell’export ha mostrato segnali di rallentamento. Dopo la forte crescita del 2024 (+8,7%), sostenuta anche dall’anticipazione degli acquisti in vista dei possibili dazi statunitensi, nel 2025 le esportazioni sono aumentate del 4,4%, il dato più basso del periodo post-pandemico.

«Il tema principale oggi non è il protezionismo, che resta un fattore da monitorare ma secondario – osserva Garzia –. Il vero elemento critico è l’incertezza generata dalle tensioni geopolitiche e dai conflitti internazionali. Questa instabilità rallenta gli ordinativi, ostacola i flussi di merci e riduce la capacità dei mercati esteri di assorbire nuovi volumi. Se il quadro internazionale dovesse stabilizzarsi, l’export potrebbe tornare su un percorso di crescita più sostenuto».

Le previsioni del Food Industry Monitor indicano infatti un ritorno a tassi di crescita delle esportazioni superiori al 7% nel 2026 e nel 2027, contribuendo a compensare almeno in parte la debolezza della domanda interna. Restano però numerosi elementi di incertezza, legati all’andamento dei prezzi sui mercati internazionali, al rallentamento dell’economia statunitense e al protrarsi delle tensioni geopolitiche e commerciali.

A livello di singoli comparti, le prospettive migliori riguardano farine (+5,9%), olio (+6,3%), caffè (+4,8%) e surgelati (+3,8%). Buone performance sono attese anche per il settore vinicolo (+3,6%), trainato soprattutto dalla domanda internazionale di vini spumanti e, in particolare, del Prosecco.

Nel complesso, per i prossimi due anni l’Osservatorio prevede una crescita del 3,3% per il 2026 e del 3,4% per il 2027. «Si tratta di un’espansione positiva e superiore a quella attesa per il Pil – sottolinea Garzia –. Tuttavia, il quadro resta fortemente condizionato dall’incertezza internazionale. L’export sarà una variabile decisiva: una riduzione delle tensioni geopolitiche e una maggiore stabilità dei mercati globali potrebbero imprimere una nuova accelerazione alla domanda estera».

Sul fronte interno, un ulteriore elemento di attenzione è rappresentato dall’inflazione, che nel corso dell’anno dovrebbe superare il 3%, principalmente a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia. Secondo l’Osservatorio, ciò rischia di assorbire gran parte della crescita nominale del settore alimentare, riducendone l’impatto reale e contribuendo a un’ulteriore erosione del potere d’acquisto delle famiglie.

Accanto alle dinamiche economiche, il Food Industry Monitor pone l’accento anche sul ruolo della governance nella competitività del settore. Le imprese analizzate sono per il 70% a controllo familiare e, nella maggior parte dei casi, di dimensioni medio-piccole. «Molte aziende presentano ancora un disallineamento tra modelli di business evoluti e assetti di governo tradizionali – evidenzia Garzia –. La governance è spesso accentrata e poco articolata, con il processo decisionale concentrato in poche figure. Questo rappresenta un limite, soprattutto nei momenti di crisi, perché riduce la capacità di interpretare la complessità e reagire rapidamente».

Il report evidenzia inoltre come la presenza femminile nei ruoli manageriali e dirigenziali resti ancora insufficiente, nonostante modelli di governance più inclusivi siano associati a una migliore qualità delle decisioni e a performance economiche superiori. In particolare, la presenza di donne ai vertici aziendali incide positivamente sulla redditività degli investimenti e sul rendimento del capitale proprio.

Più in generale, le imprese caratterizzate da modelli di governance aperti, inclusivi e strutturati registrano livelli di redditività più elevati, confermando come la qualità della governance rappresenti oggi uno dei principali fattori abilitanti della competitività e della creazione di valore nel lungo periodo.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui