
Il continuo aumento dei costi delle meterie prime, dell’energia e degli altri costi di produzione sta determinando un progressivo, costante, incremento dei prezzi anche nel comparto alimentare.
E industria e grande disttibuzione faticano a tenere sotto controllo i listini.
Inevitabili, dunque, le firizoni con la GDO che accusa l’industria di aumenti anche al di sopra della soglia dell’inflezione.
Così ADM, l’associazione, che rappresenta l’85% della Gdo italiana con un giro d’affari di oltre 140 miliardi, sostiene che “con “un’inflazione che si avvicina pericolosamente al 13-14%. Da qui la richiesta alimenta di fermare gli aumenti per almeno i primi quattro mesi del 2023, verificando i trend della congiuntura internazionale che potrebbe raffreddarsi. Si dovrebbe anche aprire un tavolo di confronto tra industria e distribuzione per condividere un piano di azioni comuni per frenare l’inflazione studiando soluzioni ad hoc”
Ma i produttori non ci stanno.
“Le industrie del largo consumo confezionato e quelle di marca si sono fatte carico di una parte degli aumenti spropositati di materie prime ed energia trasferendo a valle sui consumatori solo una parte dei rincari subiti. Una moratoria dei prezzi non è possibile senza pregiudicare la tenuta del tessuto produttivo“, spiega Francesco Mutti, Presidente di Centromarca. Secondo Mutti “Oggi grande parte degli aumenti grava sulle spalle dell’industria e di fronte a noi abbiamo una dinamica inflattiva che prosegue, anche se non con la stessa intensità registrata nel corso dell’ultimo biennio. Una ipotesi di moratoria rischia di non affrontare il problema dei rincari alla radice, a fronte di un beneficio molto temporaneo, ma scarica una parte del problema sulla filiera industriale. La dinamica inflattiva è legata all’energia e con il nuovo anno le aziende rischiano di non avere più il credito d’imposta per le spese sostenute per l’acquisto di energia elettrica e gas”.
Da un’indagine interna di Centromarca, per il 2022 risultano evidenti extracosti trasferiti in misura compresa solo tra il 20 e il 50%; conseguentemente i margini sono in riduzione tra il 40 e il 70% e in alcune categorie si registrano perdite.
Un accordo tuttavia andrà trovato per evitare di scaricare ulteriori oneri sul consumatore che già paga il ridotto potere di acquisto.

























