
Il fatturato della ristorazione non tornerà ai valori pre Covid fino al 2023 per 6 imprese su 10. E, a causa del clima di sfiducia che si è sviluppato attorno al settore, sono scomparsi 194mila posti di lavoro dal 2019 a oggi, la maggior parte dei quali con contratti a tempo indeterminato. Con il 21% delle imprese lamenta di aver perso manodopera professionalizzata e formata.
Inoltre, dopo l’emergenza Covid, adesso l’impennata dei costi di materie prime ed energia paralizza il settore della ristorazione: l’87% degli imprenditori ha registrato un aumento della bolletta energetica fino al 50% e del 25% per i prodotti alimentari. Rimangono tuttavia contenuti gli aumenti dei prezzi ai consumatori: nel febbraio 2022 lo scontrino medio è salito solo del 3,3% rispetto a un valore generale dei prezzi aumentato del 5,7%. Il 56,3% di bar e ristoranti non prevede di rivedere a breve il rialzo dei propri listini prezzi.
A illustrare lo stato di salute del comparto è l’ufficio studi di Fipe-Confcommercio, la Federazione italiana dei Pubblici esercizi, nel suo tradizionale rapporto annuale, realizzato in collaborazione con Bain&Company e Tradelab, presentato oggi a Roma.
Per il secondo anno consecutivo, spiega Fipe, si conferma la forte frenata della nascita di nuove imprese, 8.942 nel 2021, a fronte di un’impennata delle cessazioni di attività, 23mila. Tra 2020 e 2021 le imprese che hanno chiuso i battenti sono oltre 45mila.
E se l’aumento dei costi si abbina al proseguire del calo della domanda “è inevitabile che nei prossimi mesi ci sarà una dinamica al rialzo da parte di bar e ristoranti”, dice Luciano Sbraga, vicedirettore di Fipe.
Per l’anno in corso, spiega Sbraga, c’è “un cauto ottimismo: il 57% delle aziende pensa di aumentare ii ricavi nel 2022, ma c’è ovviamente un effetto rimbalzo e purtroppo non sappiamo quale sarà l’impatto dello scenario di guerra. Sicuramente ci sarà un effetto sulle materie prime energetiche e su alcune produzioni alimentari”.
























